martedì 26 luglio 2011

Arnone su esequie GUELI Campobello di Licata‏

Giuseppe Arnone: “Lo Stato salvaguardi la dignità delle Istituzioni, il rispetto dei veri martiri e la necessità di non confondere le nuove generazioni con il mito di falsi eroi
SCANDALOSI ONORI, CIVILI E RELIGIOSI, PERSINO IL LUTTO CITTADINO E LA CAMERA ARDENTE NELLA SALA INTESTATA AI MARTIRI DELLA MAFIA, INCREDIBILMENTE CONCESSI DAL SINDACO DI CAMPOBELLO DI LICATA, MICHELE TERMINI, ALL’ON. CALOGERO  GUELI, L’UOMO CHE, PER SENTENZA DELLO STATO ITALIANO, HA PERMESSO AGLI ESPONENTI MAFIOSI DI APPROFITTARE ILLEGALMENTE DEL COMUNE DI CAMPOBELLO DI LICATA E SI E’ ARRICCHITO VIOLANDO LE LEGGI.
VERGOGNOSA COMMEMORAZIONE OPERATA DA PARTE DEL PARLAMENTARE NAZIONALE, EX PRESIDENTE DELLA REGIONE, ON. ANGELO CAPODICASA, AI FUNERALI DEL GUELI.
GRAVEMENTE OFFESA LA MEMORIA DELLE VITTIME DELLA MAFIA, GIUDICI ROSARIO LIVATINO E ANTONINO SAETTA: NEI LOCALI INTESTATI A QUESTI MARTIRI E’ STATA ESPOSTA LA SALMA DEL GUELI, COME SE SI TRATTASSE DI UN EROE DELL’ITALIA CIVILE.

Per il ruolo che il sottoscritto occupa innanzi all’opinione pubblica di questa provincia, mi pare doveroso dare voce all’indignazione generale che sgorga dai cuori e dalle menti di chi ritiene la lotta alla mafia e la battaglia per la legalità un valore per un terra che ha pure pagato elevatissimi tributi di sangue.
L’amore per la memoria storica, la salvaguardia della dignità delle istituzioni, il rispetto che si deve a martiri quali Antonino Saetta e Rosario Livatino, la necessità di non confondere le giovani generazioni, innanzitutto in realtà ad elevato rischio di mafia, impongono al Sig. Prefetto di richiamare e diffidare – e qualora l’abbia fatto di darne adeguata pubblicità – il sindaco di Campobello di Licata.
Da tempo, da parte di sindaci agrigentini, non venivano poste in essere iniziative così gravemente indecenti.
Del pari, non vi sono parole per stigmatizzare lo scandaloso operato di colui che in atto è pagato dallo Stato per fare il parlamentare e, in precedenza, è stato persino a capo della nostra Regione: il commemoratore pubblico e ufficiale di Calogero Gueli, on. Angelo Capodicasa.
La scomparsa di Gueli e gli onori funebri che con dignità sarebbero stati resi dalla famiglia, avrebbe imposto a chiunque il silenzio e il rispetto per la morte che è dovuto ad ogni uomo. Ogni evento luttuoso va accompagnato da sobrietà e moderazione. Per cui, ben volentieri, innanzi alla scomparsa di Gueli, anche tutti coloro che ne hanno avversato le note pratiche, avremmo osservato composto e decoroso silenzio.
Invece, il sindaco Michele Termini – e questa vicenda conferma i peggiori sospetti sulle modalità con le quali ha raccattato il consenso elettorale – ha ritenuto di calpestare ciò che scrive lo Stato Italiano con le sentenze irrevocabili dei suoi Tribunali e dei suoi Giudici, trasformando colui che ha asservito la cosa pubblica ai peggiori interessi in una sorta di martire – eroe, da commemorare pubblicamente, con tanto di scandaloso lutto cittadino.
A questo punto, per ripristinare l’onore dovuto innanzitutto alle vittime della mafia ed anche alle vittime della prevaricazione di Gueli e di coloro che, appartenenti a Cosa Nostra, hanno agito assieme a lui, è doveroso riportare ciò che scrive lo Stato Italiano nella Sentenza che ha assolto con la formula dubitativa Gueli dal reato di associazione mafiosa, condannando irrevocabilmente un figlio e il genero.
Per lo Stato Italiano, Gueli ha certamente costituito nel Comune di Campobello di Licata “un centro di potere affaristico – imprenditoriale, sfruttando la posizione di preminenza derivante dalla carica di sindaco di un piccolo paese.
Sempre secondo la sentenza irrevocabile: “Si è certamente acquisita la prova di una serie di illegittime ingerenze di Gueli Calogero nelle procedure di aggiudicazione dei lavori nel Comune di Campobello di Licata.
Ed ancora, la Corte d’Appello di Palermo, censurando apertamente la “distrazione” della Procura di Agrigento, che ha favorito il Gueli, scrive: “Dette illegittime ingerenze possono integrare altre fattispecie di reato (quali le turbative di gare), ma non sono minimamente utili per riscontrare le dichiarazioni del pentito Di Gati, secondo cui il sindaco Gueli, nell’affidamento dei lavori, favoriva la famiglia mafiosa di Campobello.” E ciò in quanto, secondo quanto ritenuto dai Giudici, nel violare scientemente la legge, il Gueli coltivava “l’evidente fine di interesse personale”, finalizzato a favorire gli affari di famiglia, e cioè gli affari “della Anaconda Costruzioni e della Sir.tech., per i quali Calogero Gueli è intervenuto, pertanto l’interesse personale del predetto (di favorire se stesso e i figli Vladimiro e Fidel e il genero Buggea) copre interamente la finalità della condotta in termini non necessariamente riconducibili alla famiglia mafiosa e non consente, dunque, di ritenere provato in modo univoco e certo un concorrente interesse finalizzato a contribuire al rafforzamento e al mantenimento dell’associazione mafiosa.
Per chi non l’avesse capito, in un successivo passaggio la Corte d’Appello è ancora più chiara, in quanto ricostruisce tutti gli illeciti e gli imbrogli posti in essere dal sindaco Gueli come diretti a favorire “lo stesso Gueli Calogero e i suoi congiunti, questi ultimi in quanto tali e non quali esponenti mafiosi”.
Lo Stato Italiano, quindi, con la sua sentenza irrevocabile, ha accertato che Gueli ha ampiamente violato le leggi penali, nella sua qualità di sindaco di Campobello di Licata, al fine di favorire le società di cui egli, Calogero Gueli, era titolare assieme al figlio e al genero, questi ultimi esponenti di Cosa Nostra. Ma per lo Stato Italiano vi è il dubbio che il Gueli, nel commettere i reati, abbia semplicemente voluto favorire i suoi parenti e non anche la cosca mafiosa di Giuseppe Falsone della quale i parenti di Gueli erano soggetti organici, addirittura – secondo il pentito Di Gati – componenti del “gruppo di fuoco”.
Ecco chi è l’onesto Gueli, per il quale si è proclamato il lutto cittadino e si è tenuto un funerale con tanto di commemorazione di un parlamentare ex Presidente della Regione.
La sentenza cita anche le dichiarazioni del pentito di mafia Maurizio Di Gati che qui immediatamente riporteremo, assieme alle valutazioni su Di Gati e sui riscontri operati, secondo cui il Gueli Calogero (e non soltanto i suoi congiunti) era organico alla cosca mafiosa di Campobello di Licata, cosca mafiosa che, sempre secondo il Di Gati, aveva sostenuto il Gueli, ottenendo in cambio fior di favori, a partire dal controllo sugli atti amministrativi di quel Comune.
Vale anche la pena, in questo quadro, di riportare ciò che scrive la Corte d’Appello in ordine alle responsabilità di Gueli Calogero relativamente ad accordi tra quest’ultimo e il boss Falsone. Va premesso che questi accordi sono raccontati dal pentito Di Gati le cui dichiarazioni, secondo la Magistratura, sono “caratterizzate da attendibilità intrinseca elevatissima, più volte verificata e riscontrata”.
 E le dichiarazioni di Di Gati così sono riportate in Sentenza: “dalle dichiarazioni di Di Gati Maurizio emerge sostanzialmente l’esistenza di un accordo tra Falsone e la cosca mafiosa di Campobello di Licata da un lato e Gueli Calogero dall’altro, in forza del quale i primi avrebbero determinato l’elezione del sindaco Gueli e quest’ultimo li avrebbe poi ricompensati, favorendo l’assegnazione di commesse pubbliche allo stesso Falsone”. Le dichiarazioni di Di Gati, ritenute – si ribadisce – “caratterizzate da attendibilità intrinseca elevatissima” sono pure riscontrate, secondo quanto si legge nella Sentenza, da intercettazioni telefoniche tra altri due mafiosi (non pentiti) che, in una loro conversazione avente ad oggetto la giunta Gueli, dichiarano: “Non solo che li abbiamo protetti, gli abbiamo dato il voto, li abbiamo collaborati…” lamentandosi poi delle “particolarità” che al Comune avvenivano tra i vari soggetti beneficiati.
Coloro che hanno attribuito tutti questi onori a Calogero Gueli, riflettano a lungo sul seguente passaggio scritto a lettere di fuoco dalla Corte d’Appello di Palermo, che ritiene che Calogero Gueli abbia agito in modo minaccioso, alterando accordi tra altri imprenditori al fine di ottenere che contratti di appalto venissero “soffiati” o sottratti alle imprese concorrenti ed affidati, invece, alle imprese del “circuito Gueli”, cioè le imprese Anaconda, Sir.Tech ai cui vertici vi erano Gueli e il figlio e il genero, affiliati alla cosca di Falsone.
Scrive testualmente la Corte d’Appello che, con le sue minacce, Calogero Gueli “ha fatto valere i poteri e le prerogative che gli derivavano non dall’appartenenza o vicinanza all’associazione mafiosa, ma dalla carica pubblica di sindaco e dalla connessa possibilità di indirizzare le commesse pubbliche e le pratiche concessorie comunali, indispensabili per tutte le imprese”. Cioè, secondo lo Stato Italiano, secondo la sentenza irrevocabile, Gueli ha semplicemente ricattato alcuni imprenditori, minacciando di danneggiarli, abusando del suo potere e della sua capacità di fare imbrogli, nella sua qualità di sindaco in carica.
Tutto questo sta scritto nella sentenza, che poteva essere agevolmente consultata dal sindaco Termini e dall’on. Capodicasa, prima di concedere al Gueli gli onori di un eroe civile. E la Sentenza poteva essere agevolmente consultata perché è pubblicata nel libro di Giuseppe Arnone “Bagani, ovvero la sinistra da buttare”, diffuso in tutte le edicole e librerie di questa provincia.
No, il sindaco Termini e l’on. Capodicasa non hanno scusanti: quando si intende perorare la causa del sindaco di un comune sciolto per mafia e i cui strettissimi congiunti (un figlio e un genero) sono condannati in via irrevocabile per associazione mafiosa, si ha il dovere di assumere le dovute informazioni, di leggere banalmente gli atti giudiziari o quantomeno libri e giornali che pubblicano gli atti giudiziari irrevocabili che riguardano la propria comunità e segnatamente quella triste pagina della vita locale.
Non vi è alcun dubbio: il sindaco Termini e l’on. Capodicasa, ex presidente della Regione, hanno avuto la capacità di trasformare quello che, per lo Stato Italiano, era un pessimo soggetto che ha posto in essere gravi comportamenti intrisi di illegalità e prevaricazioni, in concorrenza con i congiunti condannati per mafia, in un eroe civile da onorare con tanto di lutto cittadino e con una camera ardente che avrà letteralmente fatto rivoltare, nei luoghi in cui riposano, i veri eroi: Rosario Livatino e Antonino Saetta.
Forse sarebbe bene onorare la memoria dei veri martiri della lotta alla mafia vietando che agli stessi eroi possano essere dedicate aule in consigli comunali ove vi sono sindaci così inqualificabili e incommentabili da violare i luoghi dedicati ai martiri, ai veri martiri, con simili iniziative.
Concludo, sig. Prefetto, invitandoLa ad assumere, nei confronti del sindaco Michele Termini le iniziative che riterrà più opportune per ripristinare l’onore, gravemente leso da tali comportamenti.
Concludo, Sig. Presidente della Camera, rimettendo alle sue valutazioni e a quanto di sua eventuale competenza etico – istituzionale, lo sconcertante comportamento dell’on. Angelo Capodicasa.
Concludo, Eccellentissimo Arcivescovo, manifestando ogni apprezzamento nei Suoi confronti, per l’azione di concreto rinnovamento, assolutamente necessario che Ella sta conducendo e che è testimoniata da situazioni come quella che qui illustro e che, addirittura, ha comportato lo spostamento delle molto sentite manifestazioni religiose previste per la scorsa domenica, spostate appunto perché ritenute “confliggenti” con gli onori che si intendevano invece offrire mediante le cerimonie civili e religiose, con annesso lutto cittadino, a Calogero Gueli.
Agrigento, 25 luglio 2011
Avv. Giuseppe Arnone consigliere comunale PD

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